Steven Wilson - The Raven That Refused To Sing (by Steven Wilson)
Pink Floyd - Pigs (Three Different Ones) (by PinkforallOfficial)
36 years ago…
Per necessità di sintesi (causa nuovo lavoro eccessivamente totalizzante), inserisco da oggi un’ulteriore rubrica che ripoterà una serie di uscite, di quelle che è inutile anche perder tempo per recensirle, per eccesso di bellezza o di scarsezza di valore.. Idea che mi è venuta ascoltando l’ultimissimo lavoro dei Deftones, Koi No Yokan, di cui ho tentato di scrivere per tre giorni la recensione, ma non sono riuscito ad andare oltre un “è un capolavoro. Punto. Se non lo comprate siete scemi”. Accantonati gli orpelli elettronici, un album ad altissimo carico di adrenalina e con una delle migliori performance del gruppo dagli esordi ad oggi.
Segnalo anche l’ottima nuova uscita degli Skunk Anansie, Black Traffic ormai sugli scaffali già da un paio di mesi. Forse è uno dei loro migliori lavori, con Stoosh, compatto, omogeneo e potente. Una piacevole sorpresa, dopo l’altalenante come-back Wonderlustre di un paio di anni fa.
Ultimo consiglio della settimana: EVITATE l’album dei Steve Harris British Lion, imbarazzante per ingenuità, scarsa perizia tecnica, assenza di coinvolgimento e brani deboli.. non mi aspettavo un capolavoro ma onestamente qualcosa di più dignitoso era obbligatorio.
Led Zeppelin - Kashmir (by ledzeppelin)
E alla fine, Jason Bonham imparò a suonare la batteria come il padre. Era anche ora.
Ho appena ascoltato l’album dei British Lion di Steve Harris… è imbarazzante.
Il peggior album del 2012.
We Want Maiden.
(Source: emmanuelnegro)
Album of the Week
Soundgarden - King Animal
Tornano i Soundgarden, e nemmeno io mi sento troppo bene.
Piccola premessa: i Soundgarden sono stati uno dei gruppi che più hanno segnato la mia adolescenza. Oltre che reputarli seminali e fondamentali per millemila motivi artistici, sono uno dei gruppi che più mi ha influenzato musicalmente. Album come Lourder Than Love, Badmotorfinger e Superunknown erano pindarici viaggi esoterici, blasfemi, percorrendo senza rispetto strade che erano state solo iniziate negli anni settanta da gruppi come i Black Sabbath e i Led Zeppelin, per poi essere abbandonate per buona parte degli anni ottanta. Fino all’avvento di Chris Cornell, Kim Thayil, Matt Cameron e Ben Shepherd (succeduto a Hiro Yamamoto). I Soundgarden, seguiti anagraficamente dagli Alice In Chains (autori nel 2009 di un notevole come-back), hanno letteralmente riesumato le forze oscure e tribali del rock, quelle che hanno sempre spaventato le frange conservatrici di qualunque cultura religiosa, imponendosi come i migliori nipoti di Jimmy Page e Ozzy Osbourne.
Il problema dei Soundgarden, dal loro triste e desolante scioglimento in poi, è stato sopravvivere a loro stessi. Troppo grandi, troppo immensi. Troppo.
E mi avrebbero fatto un grandissimo favore a fare un brutto album. O anche un album stanco. Così avrei felicemente stroncato un album palesemente brutto.
Invece.
Dopo quindi anni esce King Animal, con un singolo neanche troppo convincente (ma i nostri non sono mai stati dei felici “sceglitori” di singoli, a parte qualche raro e fortunato caso), preannunciato da un debolissimo e quasi imbarazzante brano all’interno della colonna sonora di The Avengers. Ed è pure un bell’album. Con un mucchio di cose che ti ricorda quanto sono fighi i Soundgarden. Anzi. Dirò di più. Un paio di brani di questo album si piazzano fra i top della loro intera produzione.
Ma. C’è un ma. C’è sempre un ma (c@##o).
King Animal suona come ci si aspetta suoni un album dei Soundgarden. Ma il bello dei Soundgarden era proprio che non sapevi cosa aspettarti da una loro nuova uscita. Ora come la mettiamo?
Sia chiaro. Se solo un terzo dell’intera discografia degli Audioslave avesse avuto lo stesso spessore di King Animal probabilmente i Rage Against The Machine non si sarebbero mai riformati (e anche di questo, onestamente, non so dire se sia un felice come-back o meno). E il problema della nuova fatica dei Soundgarden è proprio l’eccessiva ricerca di Cornell del singolo perfetto. A scapito delle cupe ed esoteriche energie che scaturivano dai lavori della loro precedente vita.
Al punto di proporre un paio di brani che sembrano più degli scarti di lusso degli Audioslave piuttosto che delle nuove idee partorite dal combo di Seattle.
Potrei sintetizzare tutta questa manfrina dicendo che è troppo commerciale per essere un album dei Soundgarden. Ma mi fa incazzare perché dopo l’iniziale Been Away Too Long (primo singolo e primo-tristissimo-video tratto dall’album) in mezzo ci sono vere e proprie perle, da una potentissima Non-State Actor, ad una melodica, commovente e convincente Bones of Birds, la cavalcata d’altri tempi di By Crooked Steps, A Thousand Days Before, con le tanto care influenze orientali che ci ricordano Badmotorfinger, e soprattutto, una immaginifica Blood on the Valley Floor, una intensa Taree ed una possente Eyelid’s Mouth, vere perle di quest’album. Che si mischiano con delle superflue Black Saturday, Halfway There (che di sicuro non avrebbero sfigurato in un qualunque album dei già citati Audioslave, ma che qui perdono proprio contesto), e una Attrition che mi lascia interdetto per scontatezza.
Eppure ad oggi non so dirvi se arriverò ad amare o ad odiare quest’album. Nonostante lo stia ascoltando in heavy rotation. Probabilmente finirò per scrivere un post fra un anno quando avrò metabolizzato se si tratta di un lavoro sincero o furbo. Anche se sono consapevole che se un qualunque album degli ultimi Pearl Jam fosse così potente si griderebbe al miracolo.
Per ora mi fa incazzare per quanto mi piaccia.
Pink Floyd - Astronomy Domine (*)
Yes - I See you (*)
Grateful Dead - That’s It for the Other One (*)
The Yardbirds - Think About It (*)
Deep Purple - Chasing Shadows (*)
The Beatles - Helter Skelter (*)
The Who - Happy Jack (*)
Rolling Stones - Sympathy for the Devil (*)
Buffalo Springfield - For What It’s Worth (*)
James Gang - I Don’t Have The Time (*)
Led Zeppelin - Bring It On Home (*)
Jefferson Airplane - Volunteers (*)
Vanilla Fudge - Some Velvet Morning (*)
Cream - Tales of Brave Ulysses (*)
Pink Floyd - A Saucerful of Secrets (*)
The Yardbirds - Stroll on (*)
King Crimson - 21th Century Schizoid Man (*)
Jimi Hendrix - Are You Experienced (*)
Led Zeppelin - How Many More Times (*)
Inizia oggi una nuova rubrica (diciamo più o meno a cadenza mensile, visto che a fare il precario “choosy” non riesco a dedicare il tempo che vorrei a questo tumblog), in cui mi piacerebbe proporre percorsi d’ascolto personali. Iniziando per gradi, le prime playlist saranno “banalmente” cronologiche, distinte per decadi (idea in parte rubata da solodascavare, a cui chiedo ammenda del mio plagio, e del quale consiglio a tutti di ascoltare le ottime raccolte). Arrivati alla fine del decennio scorso e alla “musica dei nostri tempi”, ho già due o tre idee che credo siano interessanti.. Che ovviamente non esporrò nemmeno sotto tortura per non togliere il gusto della scoperta. Non pretendo piacciano a tutti le mie scelte (anzi, siete invitati a lasciarmi pareri, idee e suggerimenti ad ogni ascolto), ma non sarebbero personali se tentassi di operare scelte con lo scopo di accontentare tutti. Quindi abbiate pazienza se alcune risultano essere opinabili. ;)
Tutto nell’ottica che “in un viaggio non è importante la destinazione, ma il viaggio”.
Have a Nice Trip.
Album of the Week
Rush - Clockwork Angels
Ventesimo album in studio (ma diciannovesimo composto da materiale originale), neo-vincitore del best album of the year al Prog Awards 2012 (a pieno merito), Clockwork Angels si pone senza mezzi termini nell’olimpo dei capolavori dei Rush, band dall’immenso talento, mai paga del proprio stile, ma sempre pronta a rimettersi in discussione.
Proseguendo sulla strada mostrata dal come-back Vapor Trails e strutturata su Snakes & Arrows, la band sviluppa un concept album potente, ricco di spessore, musicale e poetico, un vero e proprio viaggio in cui ci accompagnano, ci emozionano, ci mostrano luoghi, eventi, persone, storie. Senza sbavare mai in una sorta di auto-referenzialità, mischiano sapientemente un songwriting in stato di grazia con la loro consolidata perizia tecnica, diversi quintali di classe e qualche cargo di entusiasmo.
La cosa che più stupisce (se non li si conosce bene) è l’entusiasmo e la potenza con cui questi ormai sessantenni riescono ad affrontare la vita e la musica, sia che si tratti dell’elaborazione di uno dei più convincenti concept da molti anni a questa parte, sia che si parli della loro sanguigna e possente riproposizione live del loro repertorio.
Segno della loro fiducia e della loro profonda convinzione su questo progetto, sul setlist dell’attuale tour mondiale, più di metà della seconda parte del concerto si incentra su nove delle dodici tracce che popolano questo lavoro. Brani che riescono a vivere di una luce propria anche posti fuori contesto dal concept album (caso assai raro nella storia del progressive, in cui di solito l’estrapolazione di canzoni dal contesto ne fa perdere anche parte della potenza espressiva).
All’ascolto di questo lavoro non mi sento neanche di darvi ulteriori consigli (potrei dirvi che la mia preferita in assoluto è The Anarchist, ma è un piccolo giudizio personale e non obiettivo) se non di ascoltarlo più volte integralmente e in diversi contesti (dall’autoradio all’impianto casalingo), l’importante che abbiate la possibilità di sentirlo ad una qualità sonora decente, per poi perdervi nel pescare i brani e dissezionarli, alla ricerca della ghiandola pineale che distingue i buoni album dai capolavori. Non la troverete, ma si dice che quello che conta in un viaggio non è la destinazione, ma il viaggio. E mai, come in questo caso, frase è stata più pertinente.
Piccolo consiglio ulteriore per gli acquisti: sono usciti ad inizio anno tre cofanetti, dal costo medio di circa 40€ l’uno, rappresentanti delle prime tre fasi della band, che prendono il nome di Sector 1, Sector 2 e Sector 3. Assolutamente da avere.
Credo sia doveroso fare una piccola premessa alla recensione che seguirà questo post.
I Rush sono stati, storicamente parlando, ed almeno fino ad una decina di anni fa, uno dei gruppi più sottovalutati nella storia della musica contemporanea. Quando nel 2003 festeggiarono il trentennale della loro carriera, improvvisamente la critica si accorse di loro, iniziando un opera di rivalutazione del loro immenso repertorio discografico, in cui hanno percorso ogni stile con forte personalità e grande perizia tecnica, il tutto condito da un’ampia carica energica, in studio e sul palco. I tre musicisti riescono a tenere ancora oggi concerti di oltre tre ore colpendo lo spettatore con un impressionante muro del suono, ormai sulla soglia della loro quarantennale carriera. Ci sono gruppi moderni (degli ultimi quindici-vent’anni) che non riescono neanche lontanamente ad avvicinarvisi a questi standard, nonostante un indubbio e palesato talento (sì, parlo anche dei Tool e dei derivati, ma non solo).
La carriera del gruppo viene ufficialmente divisa in cinque fasi: la prima fase (1973-1976) li vede artefici di un raffinato e potente hard rock progressive, riff zeppeliniani che riescono ad intersecarsi in strutture atipiche e mai banali (album da avere:2112; album da scoprire: Caress of Steel); la seconda fase (1977-1981) li vede rinforzare la propria personalità compositiva e dimesione sonora, creando alcuni dei loro capolavori (album come Farewell to Kings, Hemispheres, Permanent Waves e Moving Pictures non dovrebbero mancare in nessuna personale raccolta discografica); la terza fase (1982-1988) li vede svoltare improvvisamente verso un moderno amalgama sonoro che integra al loro stile ritmi reggae, sintetizzatori presi dalla miglior new wave anni 80 (immaginatevi dei Police che anzichè fare semplici, efficaci e potenti canzonette -senza offesa- decidano di dare fondo al loro ampio talento non lasciandosi imbrigliare da schemi precostituiti melodico/armonici) (Signals e Grace Under Pressure sono i masterpiece da avere in qualunque formato siano usciti); la quarta fase (1989-2001) li vede spostarsi da un pop/rock di classe, contaminato da funk e rap, ma sempre fortemente melodico, verso un granitico hard rock elegante, ma con vaghe, sporche e potenti reminiscenze grunge (imprescindibile Counterparts); la quinta ed attuale fase parte dal 2002 ed arriva ad oggi.
La quinta fase del gruppo è stata, contrariamente alle scelte precedenti, non frutto di una precisa scelta artistica, ma una svolta umana imposta dalla vita stessa: Neil Peart, batterista fra i più talentuosi viventi e autore della quasi totalità delle liriche della band (e mai come in questo caso mi sento che liriche sia un termine maggiormente esplicativo che il più facile testi) in poco più di un anno ha perduto tragicamente, sul finire degli anni novanta, prima la figlia e dopo la moglie. Questi eventi lo portarono a maturare la scelta di intraprendere un viaggio lungo il nord america a cavallo di una moto, alla ricerca di un nuovo equilibrio interiore. Viaggio narrato poi in un libro dal titolo Ghost Raider: Travels on the Healing Road. Quando nel 2002 uscì, dopo sei anni dal precedente lavoro in studio Test For A Echo, Vapor Trails il gruppo si ripropose con un potente ritorno alla matrice rock, contaminato sempre dalle sonorità moderne ed attuali, ma senza mai tradire l’ormai riconoscibile e definito marchio di fabbrica.
Il nuovo lavoro si presenta come un album catartico, necessario, forse non ad aumentare lo spessore qualitativo della discografia della band, ma a ritrovare un nuovo inizio per una nuovo percorso da intaprendere, musicale ed umano. Infatti il successivo Snakes & Arrows mostra una maggior organicità, segnando una maturazione dei semi gettati in Vapor Trails, ed un necessario passaggio per intraprendere la stesura del nuovo concept album, Clockwork Angels.
Marillion - The Sky Above The Rain (by djc226) Live at Sheffield 14.09.12
Album of the Week
Marillion - Sounds That Can’t Be Made
Potrei stare ore a parlare dei Marillion. Della loro storia, della loro musica, del loro rapporto stretto con i fan, delle loro idee imprenditoriali che han permesso loro di sopravvivere ad una fase che li stava portando verso l’oblio sul finire dello scorso millennio. I primi a vendere la propria musica e i propri live direttamente dal loro sito, a chiedere il supporto dei fans attraverso il meccanismo del pre-ordine, per la produzione di nuovo materiale.
Potrei parlarvi anche della magica atmosfera che regna durante i Marillion Week End, eventi biennali in cui la band ringrazia i propri fans proponendo tre differenti concerti-evento, riproponendo brani che, per durata ed età, non sempre possono trovare spazio nei setlist dei vari tour.
Oppure potrei parlarvi dei fan dei Marillion, perennemente in conflitto fra la fronda pro-Fish era e quella pro-Hogarth era, separati in casa sulla produzione marillica, divisa nei primi quattro album da un lato e i successivi quattordici dall’altro.
Forse sarebbe indispensabile parlare di tutto questo, per far capire come quest’album, Sounds That Can’t Be Made, diciassettesimo in studio, spezzerà in due le opinioni dei fan. Anche di coloro i quali (come il sottoscritto) han comunque conosciuto i Marillion dopo la dipartita artistica di Fish (o poco prima), apprezzando ed amando capolavori come Brave, This Strange Engine e Marbles.
Premetto subito il giudizio: Sounds That Can’t Be Made è, a mio parere, un gran bell’album. A parte un paio di cadute di tono (Pour My Love e Invisible Ink, ai vecchi tempi sarebbero state poco più che delle gradevoli b-side). A tratti sfiora quasi il capolavoro. Quasi. C’è a mio parere ancora molta passione fra i solchi (digitali, fino all’uscita della versione in vinile) di quest’album. Ci sono ancora molte idee, molta carne sul fuoco. A volte troppa, col rischio che alcune cose si brucino ed altre restino un po’ crude. Inconfondibili nel loro lirico Rock Romantico (che non ho mai compreso come significato.. ma se penso che coniarono quest’etichetta praticamente apposta per loro, non posso non esimermi dall’utilizzarla), ma con la voglia di azzardare, di proporre qualcosa di diverso.
Ora, giustamente, vi chiederete: ma come mai questo quasi-capolavoro non avrà il consenso unanime dello zoccolo duro dei fan? (Parlo con cognizione di causa, visto che ho già partecipato a qualche discussione in proposito del brano di apertura, Gaza, e letto in giro per la rete molti commenti discordanti) Perché la band ha deciso di giocare con sè stessa e spingere certe sfumature del loro stile, quasi estremizzandole. Stordendo l’ascoltatore abituale, ma catturando l’interesse del neofita. Contrariamente al rassicurante ma stanco Somewhere Else, il nuovo album a tratti spiazza.
Prendendo in esame Gaza, mini-suite di apertura (diciassette minuti abbondanti, preparatevi), la band capitanata (in questo caso, letteralmente) da Hogarth, declama la sua dichiarazione d’intenti: siamo noi, ma possiamo anche essere altro. Un brano che inizia sostenuto da un potente riff di chitarra e tastiera che si interseca su intarsi molto “orientali”, per poi cambiare più volte improvvisamente tono, atmosfera ed emotività, guidati dalla voce del singer, mai come in questo brano strumento centrale della struttura melodica ed armonica.
Gaza parla dei bombardamenti visti con gli occhi di un bambino palestinese. Argomento forte (ed anomalo, per quel che riguarda le liriche della band), trattato in alcuni punti a volte con un pizzico di retorica, ma che tenta di affrontare da un punto di vista più umano che politico un argomento che sta facendo già molto discutere chi ha sempre seguito la band. H si cala nella parte, chiedendosi ingenuamente il perché di questa insensata violenza, con una sorta di improvvisi cambi-scenario scanditi da variazioni di tono che vanno dal concitato al desolato, al commosso. Senza soluzione di continuità, come bombe che cadono dall’alto in momenti di quiete. Dove The Invisible Man (meraviglioso brano di apertura di quel masterpiece che è Marbles) era fluido nei passaggi armonici (ed emotivi) della storia, Gaza è quasi fratturato, spezzato, improvviso e nervoso. Come se le bombe stessero quasi cadendo sulle nostre teste. In questo lo trovo geniale. Altri lo trovano troppo frammentario. Troppe (buone) idee che si mischiano “senza essere sviluppate autonomamente” (cit.). Probabilmente con un altro produttore (chi ha detto Dave Meegan?) il brano avrebbe acquistato un’altra forma… ma sarebbe stato un bene? Avrebbe reso ciò che sembra essere originariamente nelle intenzioni della band? Se si pone attenzione al testo e a come è accompagnato da questa nervosa struttura, a me la risposta sembra un chiaro e franco no.
Montreal, seconda suite dell’album, al contrario mostra il fianco alle critiche avanzate sul precedente pezzo. in questo caso credo che una produzione più accurata (chi ha detto Dave Meegan?) avrebbe effettivamente aiutato a rendere più efficace questo brano, bello ma meno incisivo dell’altra piece. Un esempio? Qualcuno mi offra una valida giustificazione sul senso di chiudere un brano di oltre quattordici minuti in sfumando… quattordici minuti comunque apprezzabili, sia chiaro, ma una maggior cura avrebbe potuto donare al pezzo molta più efficacia.
La title track si riconcilia con lo stile classico della band, un bel brano cadenzato, molto “inglese” che sfocia in un gran assolo finale. Con The Sky Above The Rain, ballad di chiusura dell’album, meravigliosa e commovente, a mio parere, sono i momenti migliori dell’album. Menzione d’onore anche per il singolo Power (primo singolo azzeccato dalla band da molto tempo a questa parte) e Lucky Man, brani energici, che ci mostrano una band in forma ed ancora entusiasta di fare musica, dopo ormai trenta anni di storia.
Cosa manca a quest’album? Forse, se la produzione (chi ha detto Dave Meegan?) fosse stata all’altezza delle idee della band (che obiettivamente dimostrano avere ancora in un’abbondante e fortunata qualità), si parlerebbe di capolavoro. Invece una certa approssimazione (la meravigliosa chitarra di Rothery -bestemmia- mai così “sotto” come in alcuni punti dell’album, i piatti della batteria che a volte “coprono”, alcune soluzioni in fase di arrangiamento su Montreal ed alcuni campionamenti), non giova ad un album che comunque presenta idee fresche e vitali. con l’appoggio di un produttore che avrebbe spinto la band a sviluppare certe idee e a metterne da parte altre, probabilmente quest’album avrebbe messo d’accordo tutti. Quasi-capolavoro quindi. Mi aspetto che fra un paio di lustri venga rivalutato a dovere, dopo lo strapazzamento di critiche che subirà nei mesi a venire. Ma il fatto che se ne parlerà molto nei mesi a venire sarà solo indice della qualità del materiale e della validità di idee contenuto nelle tracce di Sounds That Can’t Be Made.
Pink Floyd - The Piper At The Gates Of Dawn (FULL ALBUM) (by PinkFloydIsAmazing)
Ieri The Piper At The Gates Of Dawn ha compiuto 45 anni. Da qui nulla sarebbe stato più lo stesso.